giovedì 30 luglio 2020

-GIOVANNI-

                                                       



-GIOVANNI-








Nel cimitero di Castelnuovo di Conza, sola presso un muro, si trova una tomba dimenticata di marmo bianco, solo fino a qualche anno fa qualcuno ancora talvolta portava un lumino e negli anni solo un fiore giallo e rosso di plastica adorna la lapide di pietra che costituisce la tomba, e la sua croce di pietra che la sormonta è avvolta da un ormai arrugginito, quanto affascinante fil di ferro.

In una nicchia del candido marmo è incastonata e protetta alla meglio da un vetro la foto molto grande e ormai centenaria di un ventitreenne morto 102 anni fa.


La sua antica tomba non contiene un corpo, è solo un simulacro e fu fatta costruire dai suoi parenti tempo dopo la sua morte scoperta nel 1921 da una lettera inviata da Washington D.C.
Giovanni era un emigrante che insieme a suo padre Nicola, 59 anni, corallaro, e nel 1910 aveva 14 anni di età, quando giunsero a Ellis Island.

Non ci è dato di sapere cosa facesse là nelle Americhe, ma la sua storia e quello che fece a 23 anni è molto importante e bello da raccontare.

Fu ricca di fermento l'estate del 1917 quando Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti d'America, dichiarò guerra alla Germania e ai suoi alleati facendo in modo che il neutralismo americano nei confronti della Grande Guerra europea avesse fine.


Migliaia furono i soldati italo-americani che andarono a costituire nel giugno del 1917 il primo nucleo dell'American Expeditionary Force con oltre 120000 soldati che poi verso la fine della guerra sarebbero diventati un milione.

Il Deutesche Heer del Kaiser tedesco Guglielmo II di Hohenzollern era diventato un problema per i poilus francesi e Giorgio V d'Inghilterra: infatti anche se l'esercito imperiale era stato duramente colpito dalla sua stessa tattica della guerra di logoramento in trincea e specialmente nel fango di Verdun, di Ypres, di Passchendaele e nella seconda battaglia della Marna; nonostante i tedeschi combattessero praticamente da soli contro tutto l'Esercito francese (che era il più grande del mondo con 8 milioni di soldati in armi), e numerosi contingenti dall'India, dal Canada, dall'Australia, dalla Scozia, dall'Inghilterra e dalle colonie d'Oltremare anglo-francesi econtro l'Esercito italiano a Sud, essi resistevano tenacemente.

Addirittura sconfitti i russi a Est, Hindenburg e Ludendorff, comandanti in capo dell'Esercito tedesco, ottennero un milione di soldati in più da poter rischierare sul fermo Fronte Occidentale, la Tomba di Fango del Vecchio Esercito Tedesco ormai composta da sole unità della riserva, e nel 1918 riuscirono a scatenare l'Offensiva di Primavera o Kaiserslacht, La Battaglia per l'Imperatore.

Come ben sappiamo, l'esercito tedesco non vinse la Grande Guerra, però con l'Offensiva di Primavera esistette la reale possibilità di rompere il fronte Alleato, e in vari punti i tedeschi ci riuscirono anche, ma la controffensiva alleata fu pronta e inesorabile vista la perdita di slancio tedesca, finchè l'11 novembre del 1918 si arresero dopo la fantastica avanzata nell'offensiva della Mosa Argonne portata avanti dallo U.S. Army e dai problemi sul Fronte Interno in Germania (scontento sociale, fame, alto numero di caduti...).

John Pershing, comandante dell'Esercito Americano, aveva a dispozione 18 divisioni tra cui 2 battaglioni di carri armati Renault Ft comandati dal colonnello e poi generale comandante di armate corazzate nella Seconda Guerra Mondiale, George Patton.


L'11 settembre l'esercito tedesco si ritirava e la cittadina di Saint Mihiel nel Nord della Francia divenne l'obiettivo dell'esercito americano intenzionato a conquistare poi la cittadina di Metz e sfruttando la sua rete stradale avrebbero potuto così penetrare in territorio tedesco.

Ritirandosi i tedeschi si stabilirono su una linea di 40 chilometri che costituiva il saliente di Saint Mihiel tenuto dalla V Armata tedesca.



La prima armata americana, di cui facevano parte l'82a, 90a, 5a, 2a e la 78a divisione portò il primo assalto a Thiacourt, attraversando un piccolo fiumiciattolo con un malandato ponte di legno sconquassato da oltre 100000 colpi di cannone esplosi per fare il fuoco di preparazione all'avanzata dei carri e della fanteria presso Pont-a-Mousson.

Il 12 settembre, primo giorno della battaglia morirono circa 7000 soldati americani e 10000 tedeschi della 5a Armata che riuscirono a reggere adottando la tattica della difesa elastica.

E qui c'entra qualcosa Giovanni.


Giovanni si arruolò nell'esercito americano presso un ufficio di arruolamento di zio Sam a Washington D.C. il 12 ottobre del 1917, e partì come volontario per l'Europa un mese dopo, nel 327mo reggimento di fanteria, compagnia L.

Questo reggimento in seno alla 164a brigata di fanteria sarebbe stato tra i primi a portare avanti l'assalto con il supporto dei carri armati.



Però Giovanni non era un pilota di carri armati, bensì faceva parte della fanteria di supporto che seguiva i carri armati e li proteggeva sui fianchi e posteriormente evitando che gli Jager tedeschi potessero usare le granate per fermarli.

Non Sapremo mai se Giovanni attraversò il ponte o fu colpito prima, però cadde il 12 settembre 1918.

A Castelnuovo si seppe della sua morte solo il 4 febbraio del 1921, da una lettera inviata al Comune da Washington tramite l'ambasciata italiana.




Morire lontano da casa e da tua moglie, castelnovese anche lei (era una Casillo), a oltre 10000 chilometri da casa tua, con un proiettile che ti brucia in corpo e ti ha dato la sensazione di un colpo di martello sulle membra mentre giaci tra l'erba e tutto diventa improvvisamente buio, deve essere tremendo.
Hai paura e non puoi scappare.
La tua gioventù è finita e non vedrai mai più la tua casa al di là del mare.

Può anche darsi che Giovanni sia stato ucciso dalle schegge delle granate o degli shrapnel dell'artiglieria e non soffrì a lungo.

Comunque sia egli è sepolto presso una collinetta presso la cittadina di Mont. Saint-Mihiel e la tomba vuota che lo ricorda qui a Castelnuovo lo fa sentire un po' più vicino a chi, commosso, ricordava e vuol ricordare ancora il sacrificio di un soldato dimenticato morto oltre un secolo fa.



mercoledì 29 luglio 2020

-“[...]GARIBALDI CHE COMANDA, CHE COMANDA I BERSAGLIERI!”-

-“[...]GARIBALDI CHE COMANDA, CHE COMANDA I BERSAGLIERI!”-




Il titolo si rifà alla parte finale di una nota marcetta risorgimentale la cui melodia di fondo è quella del passo di corsa dei Bersaglieri, e parla di Garibaldi che fu ferito ad una gamba...ed il resto lo sappiamo!



Oggi, nonostante la Teoria Revisionista che anima il quadro generale della Storiografia Internazionale fino a sfociare nel campanilismo, nel complottismo e nella politica disonesta, il Generale Giuseppe Garibaldi è stato fino agli anni '90 la figura che maggiormente rappresentava l'idea dell'Eroe Risorgimentale che ha, secondo la Storiografia Ufficiale, operato l'Unità Politica della penisola italiana 171 anni fa, anche se egli più che a un Regno pensava mazzinianamente ad una Repubblica, e dopo aver “fatto l’Italia” ed entrato nel Governo si accorse che il Governo non era italiano ma piemontese e cavouriano e si dimise nel 1863.

Non bisogna dimenticare che l'Italia è stata unita geograficamente ben prima della venuta di Garibaldi, Napoleone, Vittorio Emanuele ed altri conquistatori che la unificarono politicamente più volte nel corso della Storia.

Fu il Cancelliere austriaco Metternich, che nel 1815, disse che l'Italia altro non era che una entità geografica e non politica, abitata da popoli accomunati, aggiungiamo noi, da tradizioni, lingua ed etnia, ma che secondo lui non avrebbe mai raggiunto l'Unità, salvo poi essere smentito nel 1861, nel 1866, nel 1872 e nel 1918.

Che la politica ricordi che siamo un Paese Unito, probabilmente l'ombra di quello che è stato fino agli anni '60 riferendoci a valori di Stato e Sociali, e che sappia che i più grandi risultati li ottiene non chi inneggia al vecchio Re Borbone o al Doge veneziano, ma che ogni mattina quando si sveglia beve “un espresso all'italiana” e si impegna per essere efficiente per il bene della comunità e non si ricorda di essere italiano solo quando viene il SARS-CoV2, il Mondiale di calcio o gli Europei ogni 2 o 4 anni.

Terminata la polemica.


Garibaldi nel 1860 partì, secondo la tradizione dallo scoglio di Quarto, presso Genova, alla volta della Sicilia e in seguito alla vittoria in alcune battaglie riuscì a farsi strada fino in Calabria per affrontare l'esercito napoletano (uno dei più potenti d'Europa e più grandi, ma mal comandato).

Fu allora che i “Mille” non furono più mille, e numerosi volontari si aggregarono a quelli che furono prima chiamati garibaldini e dopo, raggiunte le 50000 unità circa, presero il nome di Esercito Meridionale.

Per garibaldini infatti non si intende la totalità dei volontari che seguirono Garibaldi dopo la Sicilia, ma solo il primo nucleo dei “Mille” che partì dallo Scoglio di Quarto.

A parte ciò numerosi volontari meridionali spinti dalla speranza di una nuova vita, magari spinti dalla volontà di veder perdonate le proprie colpe come Carmine Crocco, o ancora mossi da idee liberali e filosofiche combatterono per l'Unità d'Italia.



I soldati provenienti dalla nostra zona, Irpinia, Basilicata, Valle del Sele, furono integrati nella XVII Divisione comandata da Giacomo Medici che partecipò alla battaglia del Volturno.

Tra le Camicie Rosse della XVII Divisione, 4° Brigata, 1° Reggimento Cacciatori “Caravà”, combatteva Alfonso Di Donato nato a Castelnuovo di Conza il 24 Agosto 1840.


Di costui sappiamo solo che facesse parte di una famiglia ricca ed era figlio di Don Donato Di Donato di Castelnuovo, gentiluomo e Donna Angiolina Ferrara.

Nacque da un rapporto tra fidanzati ed i suoi genitori si sarebbero sposati con un matrimonio riparatore perchè il giovane Donato Di Donato aveva solo 18 anni e donna Angiolina 19 quando nacque Alfonso.

Probabilmente Don Donato doveva essere un uomo colto e probabilmente i Di Donato dovevano avere buone conoscenze nell'ambiente liberale di Salerno e Napoli e nei circoli che parlavano di una Italia Unita e il Di Geronimo nel suo ottimo testo ha dimostrato come i Di Donato fossero stati insieme ad altri castelnovesi dei Carbonari, tanto che il giovane Alfonso suo figlio, a 20 anni, infervorato dall'educazione e dai sentimenti instillatigli dal padre e dall'illustre sua famiglia, si arruolò nelle “Camicie Rosse”.

Alfonso fu cacciatore musicante e pare suonasse la tromba per diletto. Tra i cacciatori forse suonò la carica della fanteria sul Volturno. I Cacciatori infatti sono un'unità di fanteria leggera molto comune nell' '800 adibita a movimenti veloci e armati di carabine molto precise e baionette, molto simili ai bersaglieri, e venivano sfruttati a supporto della fanteria di linea usando attaccare il nemico alla baionetta per primi o semplicemente disturbando la manovra della fanteria nemica durante il combattimento con tiri precisi.

Il mestiere di “musicante” gli tornò utile quando dopo la presa di Porta Pia si trasferì a Roma insieme ad un suo parente, (uno zio pare, ufficiale e direttore di orchestra militare a Roma) dove fece il musicista.

Fatto sta che Alfonso Di Donato morì a Roma agli inizi del '900.

Probabilmente fu un antenato di Federico Di Donato, il noto Maestro che tanto lustro diede a Castelnuovo e all'Italia e che fondò le Colonie Climatiche per tutti i bambini italiani in età scolare : una era presente a Salerno negli anni '60 ad esempio e vi andarono anche i bambini castelnovesi.

E' lecito credere che quando Federico Di Donato insegnò nell'Urbe fosse a conoscenza di suoi parenti abitanti in città discendenti di Alfonso Di Donato, garibaldino, e dell'altro zio che vissero a Roma sin dal 1872.



Fonti:Archivio di Stato di Torino, Ministero della Guerra, Esercito Italia Meridionale, Ruoli Matricolari, mazzo 29, registro 177, 66

-LE MALATTIE MENTALI-

                                           -LE MALATTIE MENTALI-





Molti falsi dotti ritengono che il padre della moderna psichiatria sia Freud e anche molti medici la pensano allo stesso modo.

Purtroppo essi non sanno, o lo sanno ma poiché fa moda parlare di Freud se ne dimenticano, che il vero fondatore delle Scienze neuropsichiatriche fu Jean Martin Charcot, uno dei più grandi clinici europei di fine '800.

Grazie a lui oggi si conosce la semeiotica e la distinzione clinica di molte malattie neurologiche di cui oggi, in questi tempi dove la Medicina è molto Molecolare e poco clinica, molte portano il suo nome.


Certo è che nonostante Charcot, la psichiatria tra la fine del XIX e inizio XX secolo non fosse così progredita come oggi.

Oggi esistono complesse classificazioni delle malattie psichiatriche e se ne riconosce anche la causa prima sfuggente: infatti il deficit o l'eccesso di alcuni neurotrasmettitori sono la causa di alcuni squilibri biochimici e di segnali nel cervello che nei fatti determinano degli effetti a livello mentale ma anche una sintomatologia fisica.

Sono malattie a tutti gli effetti e riconoscendo in molti casi anche una causa si usano anche dei farmaci per la terapia, anche se essi da soli non raggiungono mai l'obiettivo della cura definitiva poiché sarà anche la mente a dover essere curata secondo vari approcci come ad esempio la terapia cognitivo comportamentale.

Un tempo, dicevamo, o erano tutti pazzi e maniaci (i maschi) oppure tutte isteriche (le donne).

Molti scrittori antichi ed artisti parlavano della Follia come l'estremo confine del Genio.
Tuttavia oggi si sa che molti di questi artisti facessero uso di sostanze stupefacenti che ne slatentizzavano le malattie psichiatriche (le rivelavano-ndr.).

Il popolino però, appena vi era qualcuno che avesse comportamenti particolarmente bizzarri, non esitava insieme ai medici di parlare di pazzi o di sciocchi del paese: lo stigma sociale nei confronti delle patologie psichiatriche era la regola, i pazzi erano persone da tenere lontane perché associate all'idea arcaica di malattia contagiosa o di possessione demoniaca o di punizione divina.
Questa idea di emarginazione dei malati psichiatrici esiste ed è viva ancora oggi persino nei paesi come Castelnuovo.

Il che lo si vede da determinati atteggiamenti di persone che nascondono o ignorano di essere affetti da patologie psichiatriche anche lievi, temendo solo l'emarginazione, la presa in giro e la cattiveria a cui si vedrebbero esposti.

I greci e i romani, tuttavia, ritenevano gli invasati come le Baccanti o la Pizia come ispirate da un dio o in contatto con un dio e godevano di molto rispetto ed invidia.
Purtroppo lo stigma sociale arriva con il Cristianesimo che doveva additare Sibille e Baccanti come possedute dal demonio.
Bastava poco però perché qualche furbo nell' 800 denunciasse al sindaco o ad un medico la “follia” di una persona particolarmente esuberante a causa di invidie o antipatie, conscia del fatto che sarebbe stata internata in una struttura speciale dove avrebbe sofferto e forse sarebbe morta.

A Castelnuovo, senza fare nomi, è successo anche questo!

Molti tra la fine dell' 800 e l'inizio del '900 sono stati internati nel manicomio di zona, quello di Nocera Inferiore, e molte persone (specialmente uomini) morirono nel manicomio, magari solo perché affetti da epilessia, malattia neurologica di nota causa che fino a pochi anni fa si riteneva contagiosa.

Prove reali di questi fatti e di queste carcerazioni le possiamo vedere nel seguente documento (da cui sono stati omessi i nomi):


Questo serve a far capire, specie a chi è giovane, che occorre liberarsi ed esprimere il disagio che si prova a causa di certe situazioni.

Non bisogna aver timore di ammettere di avere una crisi di panico o di ansia, di star male.
Nessuno deve sentirsi in dovere di non disturbare colui/colei i quali credono di aver di fronte un “pazzo” ovvero una persona pericolosa, un individuo da emarginare da cui è meglio stare alla larga.

Il disagio come tale è un sentimento nobile descritto spesso nell'opera degli artisti e degli scrittori: c'era disagio nell'opera di Baudelaire! C'era disagio in Rosso Malpelo!! C'era disagio nell'Urlo!! C'era disagio nell'opera di Van Gogh!! Era il tentativo del romanzo e della pittura di indagare la tragedia e la condizione umana. Di descrivere un Mondo e una Vita che oggi più di prima non sono a misura di essere umano.

E' umano colui il quale è consapevole delle proprie sofferenze e ne prova disagio e s'adopera poi per sanare una frattura o una lesione che può intaccare o squarciare l'animo a seconda della gravità della causa.
Colui che nega la propria sofferenza o le proprie debolezze non è un individuo libero: è un vinto che talora con la violenza e la prevaricazione persegue la distruzione altrui, poiché “mal comune è mezzo gaudio” e talora sono loro i primi a stigmatizzare le sofferenze altrui facendosene beffa, salvo poi strisciare per terra come il serpente allorquando la malattia e la morte lo salutano dalla finestra!
Sono costoro che deridono i semplici, i più vulnerabili a ciò che i sensi hanno da offrire dall'analisi del Mondo e della Vita, ed è dai confini della Vita e del Genio che secondo i romantici nasce la Follia, così dai confini della Sofferenza nascerà il Disagio.

Coloro i quali si sono affacciati da quei confini e sono tornati indietro sono i più forti adesso.

Che il Disagio sia ragione di condivisione e di vicinanza tra noi, che sia causa sublime della Guerra tra il Giusto e il maligno, tra Oppressi e tiranni, tra Medico e Malattia.

Gloria alle Vittime di questa guerra, sia stigma eterno per chi nega, nasconde e deride!

-IL COLERA-

                                                      -IL COLERA-









-Vibrio Cholerae in isolamento colturale da feci al microscopio ottico, colorazione Gram-




Un'altra malattia infettiva che ha colpito la popolazione castelnovese è stata il colera.

Il colera è una forma di enterite batterica provocata da un batterio chiamato Vibrio Cholerae.

In breve questa malattia si manifesta con una violentissima diarrea, caratterizzata da scariche abbondanti di feci liquide con aspetto opalescente e maleodoranti (non è dissenteria: la dissenteria è l'emissione di feci liquide frammiste al sangue provocata da altri batteri diversi dal Vibrio Cholerae!).
Queste scariche provocano nel paziente la perdita di grandi volumi di acqua dall'intestino a causa di una tossina prodotta dal batterio, il che provoca diminuzione della quantità di acqua corporea e nel sangue, perciò il paziente sarà disidratato, avrà la pressione bassa (ipotensione) e avrà alta frequenza cardiaca (tachicardia): questo configura un quadro di shock ipovolemico che esita poi nella morte del malato.

Si pensi che anticamente si credeva di curare i pazienti somministrando loro delle purghe che nei fatti dovevano estrarre, far espellere “il veleno” dal corpo del paziente, ma che in realtà peggioravano la diarrea e il paziente moriva più rapidamente.

Questo accadeva perché si pensava che il colera fosse provocato da degli individui poco raccomandabili che nei fatti avvelenavano le sorgenti e i pozzi con delle polveri e di questi facevano parte: emarginati, presunte fattucchiere, malati psichiatrici, gente normale che stava antipatica a qualcuno: bastava infatti che il colera si manifestasse e chi aveva dei sassolini in una scarpa poteva tranquillamente denunciare “chicchessia” alle autorità perché indagassero sull'odiato nemico e magari lo condannassero! Il che a Castelnuovo non è successo con il colera, ma con il brigantaggio post-unitario e le malattie psichiatriche sì, ma racconteremo ciò in altri capitoli...



Una fedele e bella descrizione del colera e dei suoi effetti in un paese dell'Italia Meridionale dell' '800 la fa Giovanni Verga nelle sue novelle.
L'Autore verista descrive di come arriva il colera in un paesino contadino della Sicilia e ad un tratto i pozzi vengono sorvegliati dai soldati, si istituisce il coprifuoco e chiunque venisse sorpreso per strada di notte veniva arrestato tanto che anche per attingere l'acqua bisognava essere sorvegliati dai soldati di cavalleria a pena di essere arrestati e sospettati come “untori”!

Il che non è accaduto a Castelnuovo, ma anche noi abbiamo avuto una grande epidemia di colera che si inserisce in una epidemia molto più grande che afflisse il Regno di Napoli tra il 1836 e il 1837.


Questa epidemia durata dal 4 Agosto al 2 Ottobre del 1837 uccise 27 persone a Castelnuovo.

La maggioranza di queste erano individui tra i 30 e i 60 anni.

La popolazione di Castelnuovo nel 1837 non era così ridotta come oggi e molte delle vittime probabilmente attingevano l'acqua di cui bevevano alla stessa fonte, considerando il fatto che il batterio che provoca il colera vive nel suolo e si trasmette da un ospite all'altro per via orofecale contaminando l'acqua o il cibo con le feci.

Chissà forse a quel tempo si defecava ovunque ne avesse necessità oppure probabilmente qualcuno andò a “farla” vicino a dove si attingeva l'acqua potabile o presso i canali che la trasportavano in un punto di raccolta.

Ciò è sospettabile poiché in alcuni casi sono morte lo stesso giorno o dall'oggi al domani membri delle stesse famiglie.(foto)






                        foto - atto di morte di Felicia De Sanctis morta di Colera il 17 settembre 1837.


A Santomenna, paese vicino, negli stessi giorni nessuno morì di colera, pertanto il focolaio era circoscritto a Castelnuovo e fu probabilmente provocato dalla contaminazione di acque sfruttate solo da castelnovesi e infatti solo dei castelnovesi morirono.

Non è un caso perché al tempo i medici fossero costretti a indicare la causa di morte in caso di malattie infettive al sindaco che ne doveva dare informazione al governo regio di Napoli! La denuncia delle malattie infettive diagnosticate è obbligatoria ancora oggi!

Sarebbe interessante capire dove gli antichi castelnovesi attigessero l'acqua, essendo che il paese antico non era dotato di fontane.


Ecco i nomi delle vittime:

  1. Michelangelo Del Vecchio, 14 anni- 4 Agosto 1837
  2. Luca Pitoja, 50 anni -25 Agosto 1837;
  3. Maria Giuseppa Conte, 7 anni
  4. Geronima Del Vecchio, 40 anni- } madre e figlia, 4 settembre 1837;
  5. Erberto Del Vecchio, 50 anni- 4 settembre 1837
  6. Maria Custode, 30 anni- 4 settembre 1837
  7. Rosa Mastrodomenico, 30 anni
  8. Antonino Rosania, 75 anni } 7 e 8 sono morti entrambi il 5 settembre
  9. Anna Di Ruggiero, 59 anni- 6 settembre 1837
  10. Lisabetta Salandra, 30 anni
  11. Giuseppe Venutolo, 36 anni }10 e 11 morti entrambi il 7 settembre
  12. Catarina Di Filippo, 56 anni
  13. Rosa Bagarozza, 30 anni }12 e 13 morti il 10 settembre
  14. Rosa Di Ruggiero, 50 anni
  15. Vincenzo Del Vecchio, 73 anni }14 e 15 morti l'11 settembre
  16. Catarina Ricciulli, 43 anni
  17. Annamaria Bozza, 23 anni
  18. Giuseppe Del Vecchio, 73 anni } 16,17,18 morti il 12 settembre
  19. Catarina Mauriello, 46 anni-13 settembre 1837
  20. Lisabetta Del Vecchio, 57 anni-15 settembre 1837
  21. Giuseppe Di Santis, 49 anni-16 settembre 1837
  22. Maria Teresa Di Santis, 12 anni -17 settembre 1837
Giuseppe e Maria Teresa sono padre e figlia
  1. Giuseppe Pugliese, 27 anni-18 settembre
  2. v(?) Berardinelli, donna, 51 anni
  3. Maria Forcella, 48 anni- } 24 e 25 sono morte entrambe il 21 settembre
  4. Giuseppe Di Ruggiero, 30 anni- 26 settembre 1837
  5. Tommasa Annichiarico 53 anni- 2 ottobre 1837

La malattia colpì molte persone di varia estrazione sociale, e ovviamente i contagiati furono in numero superiore, ma non ci è dato di sapere quanti dei castelnovesi colpiti morirono rispetto al numero di contagiati in quei 2 mesi circa di quella tremenda estate del 1837.


Il picco epidemico si è avuto deduttivamente tra il 4 settembre ( giorno con più deceduti) e il 18 settembre 1837, giorni dove si è passati da 2 morti al giorno quasi ogni giorno, ad un morto al giorno ogni giorno, tra il 15 e il 18 settembre.

Poi l'epidemia è scomparsa improvvisamente così come era comparsa in agosto, il 2 ottobre del 1837.

Infatti il primo decesso dopo l'epidemia lo si registra a metà ottobre del 1837 e da lì in poi i decessi furono al massimo 4 o 5, davvero un numero di morti esiguo se paragoniamo il 1837 ad altri anni dell' 800 a Castelnuovo, se non fosse stato per il “morbo cholera”.

Essendo poi che l'incubazione del colera va da poche ore a 5 giorni, in media 3 giorni, vuol dire che l'epidemia iniziò a Castelnuovo intorno alla terza decade di luglio: tra il 20 e il 31 luglio 1837.
Il che è possibile affermarlo perchè non sempre chi viene contagiato ha il destino segnato!

-LA VACCINAZIONE-

                                            -LA VACCINAZIONE-







Tema scottante quello della vaccinazione...
Non esiste probabilmente pratica medica più contestata, sospettata e criticata di questa!

Oggi viene data maggiore attenzione alla ricerca, formulazione, distribuzione e somministrazione dei vaccini rispetto a quella dei farmaci, i quali il più delle volte sono ben più pericolosi e assunti sconsideratamente (vedi gli effetti degli antibiotici prescritti e assunti talora senza un criterio od una diagnosi certa, andando a determinare una maggior resistenza a queste molecole negli organismi patogeni).


Tuttavia, benché la pratica della vaccinazione sia così contestata e oggetto di numerose polemiche dai No-vax agli animalisti, occorre precisare che non esiste una scoperta medica più importante nella Storia della Medicina e Umana.

Gli animalisti parlano di vivisezione dimenticando che chi lavora in laboratorio non viene mandato in giro dal Professore a cercare cani, scimmie o topi selvatici per ucciderli a caso, ma che la ricerca si avvale di animali speciali geneticamente modificati e venduti dalle industrie e allevati per scopi scientifici e appena si sacrifica uno di questi animali occorre darne notizia ad una organizzazione governativa europea per dire di aver sacrificato “tal animale di tal gruppo di animali per il tale scopo scientifico”.

Contro i no-vax è inutile fare polemiche e ci affideremo ai fatti.

Un vaccino non è altro che una preparazione formata da batteri/virus/parassiti vivi, uccisi o attenuati, o parti di essi (queste parti sono dette antigeni), utili a stimolare una risposta immunitaria e far si che si vada a stimolare quel meccanismo naturale che è la memoria immunologica, la quale ci permette di difenderci dai patogeni anche a distanza di anni dall'averli incontrati una prima volta.

Una volta nei piccoli paesi le madri avevano un'usanza: quando uno dei figli prendeva la varicella andavano a mettere anche gli altri figli nello stesso letto del malato in modo da “fargli fare gli anticorpi” contro il virus della varicella-zooster (questo è accaduto fino agli anni '60-'70!). Questa tradizione ha una sua efficacia ed un razionale immunologico.

La vaccinazione ha una Storia non proprio recente a differenza dei farmaci.

Questa inizia nel '700 quando in Europa si praticava la variolizzazione che altro non era che la somministrazione per via nasale o per via transcutanea di pustole di persone affette da vaiolo essiccate e ridotte in polvere.

Il nome variolizzazione deriva dal latino variola che è il nome antico della malattia e che oggi dà il nome al virus che la provoca: il virus del vaiolo è il Variolavirus.

La variolizzazione era efficace come pratica, ma purtroppo 1 persona su 100 manifestava la malattia conclamata e moriva o se non moriva permanevano sul volto le cicatrici delle pustole dopo la guarigione (ad esempio si dice che Stalin avesse la pelle butterata dalle cicatrici del vaiolo che contrasse in giovane età in Georgia).

Allora occorreva una formulazione che conferisse immunità all'individuo senza però esporlo al pericolo di manifestare la malattia dalla quale in teoria occorreva difendersi.

Fu allora, nel 1798, che il medico inglese Edward Jenner della Royal Society ebbe una intuizione: osservando le mungitrici di vacche inglesi osservò che esse erano immuni al vaiolo in quanto secondo lui toccavano le mammelle degli animali affetti da una forma bovina della malattia: il vaiolo bovino, detto vaccinium dagli scienziati antichi (vacca in latino significa mucca).
Edward Jenner somministra il suo vaccino antivaioloso.

Jenner inoculò direttamente il siero ottenuto dalle lesioni del vaiolo delle mucche nell'uomo e funzionava: praticamente inventò il primo vaccino a virus attenuati (cioè un vaccino dove i virus sono meno aggressivi perchè si sono sviluppati in una specie diversa dall'uomo) e praticò la prima vaccinazione della Storia.



E' stata una scoperta così efficace che negli anni '80 del '900 l'OMS ha dichiarato debellato il vaiolo, la prima malattia ad essere sconfitta dalla Medicina moderna. Così efficace che il vaccino di Jenner oggi è inutile in quanto la malattia è scomparsa e così ci si augura per le altre malattie conosciute dall'uomo in futuro.

Dopo che fu scoperto il vaccino antivaioloso da Jenner, alcuni paesi europei iniziarono a svolgere le prime vaccinazioni di massa tra cui il Regno di Napoli.

Occorre ricordare che l'Università di Napoli è stata la sede della prima Cattedra di Igiene alla Facoltà di Medicina, fondata a inizio '800 e l'Igiene studia come si diffondono le malattie infettive e i metodi per contenerne la diffusione (almeno originariamente oggi il corso è un po' diverso!).

Il Protomedicato del Regno di Napoli (una specie di Asl generale o di Ministero della Sanità) comprò una grande quantità di vaccini antivaiolosi a più riprese prima del 1860 e nei fatti dispose la vaccinazione della popolazione di tutto il Regno.


Ma cosa c'entra la Storia di Castelnuovo con la vaccinazione? Dove sta l'aneddoto?

Ebbene tra il 1780 e il 1820 esercitava a Castelnuovo un medico chiamato Orazio Jannuzzelli (in foto l'atto di nascita di un suo figlio nel 1809), nato nel 1753 a Castelnuovo e residente in via La Lamia a Castelnuovo (non sappiamo localizzare questa via).

Dalle Carte dell'archivio di Stato di Salerno noi sappiamo che esercitò la Medicina almeno fino al 1820 circa, e in un documento databile tra il 1806 e il 1811, quando sotto il dominio francese in tutto l'impero fu resa obbligatoria la vaccinazione antivaiolosa di Jenner, Orazio Jannuzzelli fu incaricato di somministrare il vaccino alla popolazione di Castelnuovo e poi anche a quella di Santomenna.
Il che lo sappiamo da una lettera da parte dell'amministrazione sanitaria del Regno, dove il Nostro doveva essere remunerato tanto per l'attività di vaccinazione effettuata a Castelnuovo, tanto per l'attività svolta a Santomenna in quanto nel paese vicino mancava il medico condotto e lo Jannuzzelli si rese disponibile.

In questa busta dell'Archivio di Stato è anche conservata la lettera dove il Medico castelnovese si lamenta con la “direzione sanitaria del Regno” asserendo che non aveva potuto somministrare il vaccino a Santomenna in quanto quello inviato nel paese erano praticamente “bottiglie di pus”  inutili allo scopo medico.

Questo ci dice varie cose:
  1. A Napoli si formavano medici di altissimo livello oltre 200 anni fa ed essi erano così esperti da riuscire anche ad accorgersi di che tipo di presidi avessero tra le mani! Evidentemente tramite lettere o pubblicazioni erano in grado di venire a conoscenza non obbligatoriamente delle nuove scoperte della Medicina...oggi esistono i corsi di aggiornamento, obbligatori!
  2. La professionalità e lo zelo di questo antico medico è sconcertante e occorrerebbe prenderne esempio!
  3. A Castelnuovo negli atti di morte sono riportate spesso le cause del decesso e a Castelnuovo nessuno morì mai di vaiolo, malattia per altro contagiosissima che avrebbe potuto pericolosamente intaccare la crescita demografica di Castelnuovo che avrebbe raggiunto il picco nel 1911!

Queste antiche prove ci insegnano a non fidarci troppo di quel che leggiamo su Internet scritto da sedicenti esperti di “Immunologia”, in quanto a venirne intaccata sarà la nostra Salute e in certi casi anche la tasca!


Che vengano ora i no-vax a fare contestazione!

giovedì 11 dicembre 2014

Il Limite.



Ci sono state delle volte in cui ho perso grandi occasioni. È allora che ti accorgi di vivere con i rimorsi ed i rimpianti. La vita, stranamente, ti porta sempre allo stesso punto, a commettere lo stesso errore. Siamo noi stessi, il nostro vero Io, a portarci fronte allo stesso identico errore tutte le volte. Questo è  un espediente dello Spirito, per induci a conoscere davvero noi stessi e ad essere noi stessi e non ci dovremmo essere. E tante volte non ci riconosceremo "allo specchio", finché non avremo guardato prima in noi. Pertanto, dopo tanto tempo, ho ritrovato parte di me stesso. Mi sono riconosciuto parzialmente e a questo punto mi pongo un'altra domanda: perché ci ho messo tanto tempo per riconoscermi? Fu detto una volta che "...Dio ha inventato il tempo perché altrimenti le cose sarebbero cadute tutte assieme''.
Beh era ora.Ma non son caduto.
Ho reagito.
Ed ora sono qua.
Non so se sono felice, lo capirò presto, ma per ora ci sono.
E a volte penso al passato.
Ripenso ad un passato prossimo.
A quando guardavo al cielo, con gli occhi umidi per la paura...penso a quelle cose lontane, a quei pomeriggi d'estate in cui ho sofferto e lottato...e ora, la sera tornando a guardare lo stesso cielo, sembra che le stelle mi cadano nel cuore insieme alle galassie tutte e lo allarghino, tante sono le cose rimaste e perdute o buttate in un angolo dimenticate.
Mi dico sempre in quel caso:-"Troverò sempre nel cuore del posto per qualcuno o qualcosa?
E da quanta roba entrerà ancora, capirò quanto sono piccolo o quanto sono grande? ".
 Ho scoperto grazie a nuove esperienze di avere una certa capienza, una capienza insperata.
Quanto una passione può riempirmi il cuore?
Io penso che La Mia Passione mi stia occupando gran parte dello spazio nello Spirito, e temo di non avere più spazio per nulla.
Ed è il nulla che temo.
Il nulla è solitudine.
Il nulla è buio.
Il nulla è noioso.
Il nulla fa paura.
Ma, da quanto ho imparato in questi anni e in particolare ultimamente, mi pare strano che tutto abbia un limite fisso.
I limiti sono fastidiosi.
Ti impediscono di fare qualche cosa.
Per ora i miei limiti non li ho ancora sfiorati, né li intravedo.
Ma non per una superba ammissione di possedere tanto spazio.
Perché generalmente pensiamo che ciò che è  grande sia meglio di ciò che è piccolo.
Nulla di più falso.
Anzi, di ciò che è grande, non sapremmo nemmeno cosa farcene, poiché "...un Universo è troppo grande per una persona sola...".
Ammetto allora, di non conoscermi bene.
Anzi, mi conosco talmente male da non intravedere i miei  limiti.
Ma già l'ipotizzare di averli, dovrebbe essere un passo avanti per conoscere meglio me stesso.                        
Il limite, che ognuno possiede, però pensandoci, ha la possibilità di essere disteso e dilatato.
Alcune persone hanno un limite statico, altre dinamico ed elastico.E non penso si trovino bene.
Personalmente mi sono accorto di possedere un limite elastico, nel momento in cui mi sono alzato e ho cominciato a combattere, lungamente.
Ora sono di nuovo a terra.
Il limite si è contratto di nuovo.
Ecco lo svantaggio dei limiti elastici: se li lasci andare ritornano come prima.
Allora penso che il mio obiettivo, come quello di altri, debba essere quello di estendere questo limite, espanderlo per conoscerne il punto in cui è quasi vicino ad una osmotica distruzione.
Espandendo il limite, riesci ad inglobare anche le cose che giacciono oltre ad esso e quindi a tenerlo dilatato grazie alle cose in esso poi contenute.
E forse più cose avrai nel limite, più avrai frecce al tuo arco.
Ma quelle cose oltre il limite non sono di altre persone, sono di nostra proprietà, frutto di una eredità morale e genetica, che i nostri Maestri non devono far altro che aiutarci a scoprire e non impartire come dettami, poiché l'uomo è artefice di se stesso e non dipende da altri la sua astuzia o la sua intelligenza.
Occorre trovare tali cose, per poterle usare per aiutare prima se stessi e conoscersi, e poi per aiutare gli altri.
È il piacere di scoprire l'ignoto che deve animare la nostra Vita e se accadrà di trovare cose buone o cattive, sarà comunque un bene, perché significa che allora vedremo quanto spazio rimane nel Limite per inserire nuove cose e persone.
Meravigliose.
Si spera...
E allora non cesseremo mai di di riservare sorprese a noi stessi. Per stupirci e per stupire magari.
La vita è sempre la stessa. E' il nuovo che in essa stessa troviamo che non ci fa annoiare del vivere.
Viva i limiti.

sabato 12 gennaio 2013

Discorso di laurea per Nino,Fabrizio e Gerardo

Come detta la tramandata secolare tradizione goliardica,credo opportuno,stasera, pronunziare il discorso che celebra la vostra laurea e che rappresenta di fatto anche una sorta di riflessione sulla vita "che vi" (e "che ci") aspetta,celebrando cosi' tra l'altro ufficialmente la vostra entrata nel mondo del lavoro

(o meglio dei disoccupati come ha detto qualcuno :-) ... a questo punto e' meglio restare degli anonimi stronzi "d ' miezz' la via,senza art' ne part'" piuttosto che diventare dei "rispettabili" dottori ;-)... comunque,bando alle ciance e andiamo avanti):

"Carissimi Fabrizio, Gerardo e Nino,

amici, compagni di gioventu', fratelli ,

siamo qui questa sera, non solo per rivivere insieme ancora una volta i ricordi del liceo, della vita,delle Opere e dei Giorni,durante i quali siamo cresciuti allegramente lungo 5 anni.

Siamo qui anche per festeggiare e congratularci con voi del traguardo appena raggiunto:la laurea.

Quei giorni felici trascorsi al liceo mi tornano sovente alla memoria,anche quando sono immerso profondamente nei ragionamenti che competono i miei studi,e questi ricordi mi ispirano un sorriso, ma che non esprime esclusivamente ilarita' e gioia.

E' infatti,un sorriso ambiguo,come quello del Pierrot:da una parte da esso traspare gaiezza,ma contemporaneamente e' amaro come la nostalgia dei ricordi che il tempo inesorabile imprigiona nel grigiore del passato.

Fu cosi',credo e mi auguro,con tristezza e nostalgia,che ci lasciammo quel martedi' 17 giugno 2008,l'ultimo giorno di opulente risate, fatte insieme, prima di conseguire la maturita'.

L'ultimo giorno della spensieratezza tipica dei ragazzini del liceo.

Dopo la maturita' classica, si fece strada, gravissimo, il senso di incertezza, di paura nel futuro della vita, tipico di ognuno, acuito dalle parole dei genitori che ci invitavano o costringevano a intraprendere la via degli studi accademici.

Ognuno, chi a Legge, chi a Ingegneria, chi a Farmacia, chi a Medicina, chi a Economia, prese, incosciamente, costretto o meno, una strada.

Queste parole, questi pensieri, in verita', credo descrivano bene cio' che prova la vera matricola universitaria che si pone di fronte a una nuova realta' della vita, che il piu' delle volte si rivela amara come il veleno.

Avvengono qui tutti quei processi che portano dal bambino allo stadio embrionale che permettera' lo sviluppo di un vero uomo.

Naturalmente ognuno, sceglie di diventare uomo nella maniera, nel momento e nella misura in cui meglio crede.

Poiche' dicono che Dio ha donato ai viventi il libero arbitrio, per fortuna e purtroppo, sul quale Egli stesso non ha potere:ed ecco perche' l'uomo muore ed e' fesso,perche' puo' scegliere: il problema e' che non lo sa' fare.

Essere uomini non significa "andare con le donne".Essere uomo vuol dire produrre, eticamente qualcosa, prestare un servizio per il bene della societa' costituita e sopratutto per il bene delle persone che amiamo.

La laurea non rappresenta il "pezzo di carta", il passaporto, che rappresenta la garanzia di poter sopravvivere per lunghi anni, soddisfatti o meno, ma e' in realta' l'impegno che il giovane prende nei confronti della societa', la quale si prendera' la briga di segnare, d'ora in poi, i meriti e demeriti che caratterizzeranno la vostra vita come uomini, cittadini, mariti, padri, fratelli, amici e professionisti con tanto di libro mastro.

La societa',composta da benpensanti, si difendera' dai vostri demeriti che non dimentichera' tanto facilmente, e accettera' i vostri meriti,pero' misurandoli non senza errori metrici o scarsa valutazione.

A cio' c'e' una spiegazione: una delle grandi verita' degli sfortunati tempi in cui viviamo, oltre a quella che dice che :-"Tutti mentono"- (ndT quello che ho detto e diro' v'assicuro che non e' una menzogna)- , e' quella che spiega come le persone vivano in virtu' di un velenosissimo e patologico principio che recita:-"Ij' so' meglj' d' te sempre e comunque e tu, sempre e comunque,si un' malamend' ".

Vi prego davvero che non commetterete mai l'errore di vivere secondo la Verita' che vi ho descritto, che la dice lunga sulla Gente e su cio' che, sapendolo, dovrete e dovremo affrontare.

Valutate dunque analiticamente le vicende della vostra vita, senza pregiudizi e oggettivamente, cosicche' la Fortuna possa arridervi e possiate vivere una vita degna di essere vissuta.

Questa e' la via per arrivare alla "Pistis sophia", la Somma Scienza, utile in tutti gli ambiti della vita.

La Verita' citata prima, vi fa' comprendere che anche dopo la laurea gli esami non sono finiti.

La Vita stessa e' un esame,e sarebbe bello pensare che tutto finisca una volta morti sulla base di un perverso,ateo e catartico pensiero.Infatti cristianamente ci insegnano che dopo la morte saremo sottoposti ad un ulteriore, Sublime esame.Che stress.Un altro ancora.

Dunque vivere e' facile, morire forse e' facile, ma saper vivere e saper indi morire e' difficilissimo.

Quando in un futuro remoto, in una notte d'Agosto, con i rumori del vento, che vi trasportera' attraverso una finestra alle narici i fruttati e delicati profumi dell'estate, carezzandovi il corpo disteso muovendo le lenzuola di delicata seta, sapendo che nel letto in cui dormite vi sara' la dolce compagnia della donna che amate e che rendera' pieno il vostro corpo e il vostro spirito, riempiendovi il cuore di vita e calore, ormai soddisfatti, grazie ad essa, del bisogno d'amare, penserete al vissuto e ricorderete questo mio discorso (compiendo di fatto un esame!!), allora potrete chiedervi od affermare se avete saputo vivere.

Il tempo della spensieratezza dei vent'anni e' finito:

inizia un nuovo capitolo della vostra vita, ed e' proprio dalla laurea che inizierete a costruirvi, ripeto, una vita degna di essere vissuta.

Le decisioni ferme, ponderate, analitiche, dettate da bravura quanto da logica, siano il vostro Vangelo.

Il coraggio di affrontare l'infinita spirale del serpente della realta', sia il vostro sostegno.

Valgano per voi questi aforismi del Bushido, la Via della Spada giapponese:-"Se si passasse la vita a cercare la goccia di pioggia perfetta, non sarebbe una vita sprecata [...] Apprezza la vita in ogni cosa: in una tazza di the', in un fiore di ciliegio, nella donna che ami e nel nemico che uccidi[...]".

Questi sono i segreti della vita perfetta.Su queste fondamenta costruite la vostra dignita'.Sono questi i massimi obiettivi, l'uno per il professionista, e l'altro piu' in generale per l'uomo.

 

 

In alto i calici

Ad majora

 

"We are Brothers in Arms..."

 

 

 


Oliveto Citra, li' 27/12/2012,
                                                                                          VENUTOLO ELIO GIUSEPPE